venerdì 18 agosto 2017

RECENSIONE AL ROMANZO "IL GENERALE DI ALESSANDRO MAGNO" DI S.TIEZZI, A CURA DI MONICA MARATTA PER IL BLOG "LES FLEURS DU MAL".

“Quali Alessandro in quelle parti calde
d’India vide sopra ‘l suo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde.”
(Dante Alighieri, Inferno, Canto XIV, 31-33)


Il Generale di Alessandro Magno è il romanzo dell’autrice selfpublisher Soraya Tiezzi. Scrivere di un personaggio di tale complessità e spessore, sviscerarne la psicologia è un atto di grande coraggio. L’originalità della scrittrice sta nell’usare come io narrante non Alessandro stesso, ma l’uomo che, insieme al padre Filippo II, ha più influito nella sua vita: Efestione.
Attraverso i suoi occhi, grazie ai sentimenti mostrati, conosciamo la vita intima del grande macedone. Efestione è morto, descrive il tormento del suo amato durante il rito funebre e da lì parte la narrazione a ritroso nel tempo.

E’ così che è finita per me, con il mio ormai stanco corpo adagiato su una maestosa pira di legno e avvolto da fiamme gialle con contorni rossi, un bagliore che mi avvolge tutto,mentre il fuoco mi divora, ma io non lo sento, non più.
Sono uno spirito, non ho più voce. Non posso più gridare, parlare, non posso più toccare i suoi capelli biondi come il sole ormai corti in segno di tributo per me, ne sentirli tra le mie mani…
Non piangere per me, non sentirti in colpa, io sono in pace.

Nell’opera è ben tracciata la psicologia del grande personaggio storico. L’autrice, dopo l’evidente e accurata documentazione, presenta Alessandro come un uomo impulsivo, a tratti incauto nelle azioni, ma anche logico, intuitivo e calcolatore proprio come la storia riporta. D’altro canto la stessa coerenza non è rispettata nella descrizione fisica. Egli non era particolarmente avvenente, anzi, possedeva una corporatura sgraziata. Forse l’autrice ha voluto rispecchiare il punto di vista di Efestione che lo guarda con gli occhi dell’amore incondizionato.


Lo amavo come si ama un amico, un fratello, un amante. Efestione e Alessandro come Patroclo e Achille, proprio come lui avrei fatto di tutto, ma gli dei non mi hanno concesso di vivere oltre.”


Non bisogna aspettarsi il classico romanzo storico, dove a predominare sono le gesta di Alessandro Magno, ma ciò che si scopre è la profonda introspezione psicologica descritta con dolci pennellate dello stile delicato che la Tiezzi possiede. È quest’ultimo il maggior pregio del romanzo, anche se i fatti storici, le grandi battaglie avrebbero meritato uno stile più adatto a rendere incisivi i colpi di scena e l’azione. Caratteristiche trattate in modo più sintetico. Bisognerebbe, però, analizzare l’intento maggiore dell’autrice e capire se ciò rappresenti una scelta personale per dare maggior spazio alla componente psicologica, come sopra affermato. Interessante e piacevole l’introduzione della figura di Aristotele descritta in scene intrecciate con il timido approccio di Efestione verso l’oggetto della sua passione.


“Filippo portò con sé da Atene un uomo, Aristotele, fu lui ad istruirci. Passai molto più tempo con Alessandro da quando tutti noi paggi eravamo divenuti suoi allievi…
Aristotele ci portava sempre fuori, le sue idee di mostrarci ciò che avremmo imparato dai libri…
In quei momenti cercavo sempre di sedermi vicino ad Alessandro o di mettermi in modo da poterlo osservare. Mi mancava il coraggio per rivolgergli la parola, ma sentivo il suo sguardo su di me, i suoi occhi marroni che percorrevano le linee del mio viso, del mio mento squadrato, la forma dei miei occhi.”


Ora non si ha lo spazio necessario per riportare la lunga storia di Alessandro Magno, ne è questo lo scopo, quanto, piuttosto analizzare l’opera dell’autrice. Il testo è scorrevole, lo stile semplice ma curato e delicato. Il Generale di Alessandro Magno è un bel quadro sull’umanità e le debolezze di un personaggio della storia e di tutti quelli che fecero parte della sua vita.https://www.amazon.it/Il-Generale-di-Alessandro-Magno-ebook/dp/B073Z1T24V/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1503049914&sr=8-2&keywords=SORAYA+TIEZZI

martedì 1 agosto 2017

LEGGENDE E VERITA' SULLE ORIGINI DEL "PELLEROSSA"

Tratto dal libro "Storia degli indiani d'America" di P.Jacquin".





Quando l’Europa scoprì l’America, scoprì prima “gli indiani” (li battezzò così poiché credeva d’essere approdata nelle Indie). Questi indiani da dove venivano? Erano originari del continente americano? Nella concezione cristiana dell’umanità degli europei del XVI secolo, tutti gli uomini appartenevano alla stirpe d’Adamo; cosicché papa Giulio II dichiarò solennemente che gli indiani discendevano da Adamo ed Eva, il che non fece venir meno le indagini su come erano approdati in America.
Ammesso che l’uomo americano discendeva da Adamo, bisognava stabilire a quale stirpe appartenesse, se a quella di Sem o di un altro patriarca. Ci si interrogò – non senza secondo fine, politico e religioso- per sapere se gli indiani discendevano dai cartaginesi, dagli spagnoli, dagli irlandesi, o se erano degli “ebrei nascosti” la cui apparizione doveva precedere di poco il compimento del destino soprannaturale dell’umanità. La risposta a tale domanda era più un’opzione spirituale che un’ipotesi scientifica. Lo stesso si poteva dire a proposito dell’affermazione di alcuni filosofi del XVIII secolo che non esitavano a qualificare gli indiani “uomini preadamiti” esenti dal peccato originale, per mettere in imbarazzo i teologi e minare il dogma cattolico.
Alla fine del XIX secolo, la moda delle teorie diffusive aggrava la confusione. Insigni esperti cedettero di riconoscere divinità egizie incise su piramidi messicane. Quindi le vecchie civilizzazioni dell’America non mostravano niente d’originale: avrebbero preso tutto dal Vecchio Continente, da Creta al Tibet. Il sentimento messianico della razza bianca non era del tutto estraneo a tali fantasie.
La ricerca di un uomo americano veramente autoctono ha per molto tempo sedotto gli studiosi in America; scoprirlo sarebbe stato l’ultimo stadio dell’emancipazione spirituale del Nuovo Mondo in rapporto al Vecchio Continente. Ma si finì per inventarlo. Il gigante di Cardiff, chiamato anche il golia americano, fu un gigantesco affare di falsi; questo gigante scolpito nella pietra fu sotterrato da un coltivatore di tabacco, George Hull, a sud di Syracuse (New York) e fu “scoperto” nel 1869, facendo la fortuna del suo ideatore e suscitando ammirazione tra i sapienti dell’epoca! Il “fossile” è attualmente al Farmer’s Museum di Cooperstown (New York). 

  

Contemporaneamente a tutte queste ipotesi, se ne sviluppò una seconda, meno spettacolare ma avvalorata da serie ricerche. A partire dal XIII secolo, le esplorazioni dell’oceano Pacifico del Nord, e in primo luogo quelle del danese Vitus Bering, incaricato dallo zar Pietro II di esplorare i confini settentrionali dell’impero russo, dimostrarono che solo 76 km dividevano l’Alaska dal continente asiatico, separati dalle isole Diomede.
Fu così che alcuni studiosi cominciarono a pensare che gli indiani provenivano dall’Asia. Quando nel 1739 Smibert, pittore alla corte di Mosca, dopo aver conosciuto i siberiani, vide per la prima volta degli indiani, dichiarò che erano mongoli.
Le ricerche iniziate nel XIX e XX secolo da paleontologi e archeologi non hanno portato a ritrovamento di ossa fossili umane che attesterebbero una possibile evoluzione dell’uomo a iniziare dai primati del Nuovo Mondo. Gli scheletri scoperti in America del Nord come in America del Sud appartengono alla specie homo sapiens, da cui discendono tutte le attuali razze. I progressi della geologia permettono di avanzare la seguente ipotesi, che trova concordi tutti gli scienziati. Nel pleistocene il ghiaccio ridusse la superficie del mare, formando una striscia di terra attraverso lo stretto di Bering. Nell’ultimo periodo della glaciazione, nel corso del Wisconsin, l’abbassamento del livello del mare avrebbe dato origine a una vasta lingua di terra sulla quale si sarebbero potuto effettuare traversate da un continente all’altro. Perciò gruppi di cacciatori all’inseguimento di prede o popolazioni in emigrazione sarebbero approdati in territorio americano senza saperlo. In che epoca sarebbero avvenuti tali passaggi? Oggi si afferma che avvennero in due ondate, la prima verso il 35.000 a.C., la seconda verso il 15.000 a.C., quando lo stretto venne nuovamente trasformato in istmo.



Dall’Alaska questi pionieri discesero il fiume Mackenzie fino alle pianure del Nord. Di lì alcuni si spinsero verso il Missouri, proseguendo la traversata fino alla vallata dello Snake River e più a sud fino al versante delle montagne degradante sul Pacifico, mentre altri utilizzarono il corridoio est delle Montagne Rocciose per dilagare verso il Sud. Questa espansione dovette avvenire in un lungo arco di tempo, il che spiegherebbe il polimorfismo degli indiani e la varietà dei loro linguaggi.



RECENSIONE AL ROMANZO "LA SALA DA BALLO" DI A.HOPE A CURA DI MONICA MARATTA PER IL BLOG "LES FLEURS DU MAL".







Vedete anzitutto con quanta preveggenza la natura madre e artefice del genere umano, ha badato perché non manchi in nessun luogo, per condimento, un zin zin di pazzia. Perché la vita umana non fosse un mortorio, quante passioni vi ha messo Giove. E in quantità molto maggiore della ragione! La proporzione è di cento a uno, quasi. Inoltre relega la ragione in un angoletto della testa, abbandonando tutto il resto del corpo al disordine della passione. E alla ragione, che è sola, oppose come due violentissimi tiranni, l’ira che occupa l’acropoli dal petto sino alla fonte stessa della vita, cioè il cuore, e la concupiscenza che estende il suo vastissimo impero giù sino al pube. Contro queste due potenze gemelle qual forza abbia la ragione, lo dichiara abbastanza la vita comune.”
Elogio alla follia
Erasmo da Rotterdam, 1508.


Recensire un romanzo come “La sala da ballo” di A.Hope non è impresa assai facile per il turbinio di emozioni che un argomento così delicato, come quello della follia, riesce a scatenare nell’animo del lettore. La malattia mentale, come un marchio di Caino pari a quello portato dagli ebrei, dagli omosessuali e, andando indietro nel tempo, dalle streghe, adultere o semplicemente “femmine”.
Il romanzo è ambientato nei primi del Novecento in Inghilterra. Una giovane donna di nome Ella Fay viene internata nel manicomio di Sharston solo per essersi ribellata alla schiavitù di un lavoro a cui era costretta perché povera.

Nel quarto reparto filatura aveva visto la loro vita trasferirsi nelle macchine, mentre quelle si buttavano via. E per cosa? Quindici scellini a fine settimana, che per metà dovevi dare a tuo padre, e nient’altro davanti, giorno dopo giorno, mentre il resto scivolava via e ti veniva sonno, e tu ti prendevi le botte, e dalle finestre opache non potevi mai vedere il cielo.”

Eppure Ella ha trovato il coraggio di vederlo il cielo, scagliando un rocchetto vuoto contro la finestra più vicina. Il vetro è andato in frantumi e lei si è alzata in piedi stordita dallo schiaffo d’aria fredda. Dunque internata per quale grave motivo? Dov’era la malattia mentale nel suo gesto? Davvero bastava così poco, a quei tempi , per chiudere una donna in un manicomio? Bastava macchiarsi del diritto di ribellarsi a una condizione di sfruttamento?
Fin dal Settecento è evidente la funzione di esclusione sociale di tali strutture ove venivano internate le fasce più deboli: poveri, prostitute, alcolizzati, vagabondi ecc. Erano, dunque, luoghi di contenzione e di isolamento, strumento atto a garantire la sicurezza alla società “normale”. D’altronde in un periodo di rapido sviluppo industriale bisognava eliminare i soggetti non produttivi.

Eppure notava come le sorveglianti osservavano le pazienti, e a volte ridacchiavano coprendosi la bocca. L’altro giorno aveva sentito l’infermiera irlandese chiacchierare con un’altra nella sua voce aspra da gazza: Non sono bestie? Anzi, peggio che bestie. Fanno schifo, eh? E poi non gli puoi togliere gli occhi di dosso un momento, dico bene?”

Vite spezzate per sempre, in luoghi dove la morte spirituale avveniva prima di quella fisica.

Ci sono tre modi per uscire da qui. Puoi morire…Puoi fuggire…Oppure puoi convincerli che sei abbastanza sana per andartene.”

Personaggio positivo, barlume di speranza nel trovare un poco di normalità, aiuto prezioso che fa sentire i ricoverati persone e non oggetti “difettosi” è il medico di nome Charles. Egli essendo anche un musicista, trova nella danza e nella musica uno strumento terapeutico efficiente per i suoi pazienti. Il giovane dottore ha idee innovative rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi, tant’è che decide di scrivere una lettera a Churchill.
Vede, signore. Nel caso in cui il governo votasse, come credo che dovrebbe fare, contro la sterilizzazione obbligatoria, tramite adeguati investimenti e una buona amministrazione si potrebbero realizzare altre colonie come questa.”

Superò i campi con le mucche che pascolavano con i vitelli accanto:

Disponiamo di quattro fattorie e oltre seicento acri di terreno. Le nostre mandrie di giovenche dell’Ayrshire producono novecento litri di latte al giorno. Non capita spesso che i nostri uomini siano inoperosi. Capisce? Qui c’è ben poco bisogno di strumenti di contenzione, e le catene usate a Bedlam sono state del tutto abolite. Al loro posto usiamo zappe e badili.”

Il lavoro è dunque usato per riabilitare personaggi che in realtà, nel romanzo, appaiono nel pieno delle facoltà mentali. Sono uomini e donne scossi da traumi legati al passato e per questo resi vulnerabili, introversi ma molto sensibili, quasi avessero paura di pretendere il diritto alla felicità e a vivere una vita normale.
L’opera “La sala da ballo” della Hope non può lasciare indifferente chi si immerge tra le sue pagine. Pur essendo una lettura impegnativa riesce a far riflettere su un tema che non appartiene solo al passato e che tutt’oggi è motivo di discriminazione sociale.

lunedì 10 luglio 2017

RECENSIONE DI "PROFUMO D'OTTOBRE, D'AMORE E DI GUERRA" DI ANNALISA CARAVANTE. A CURA DI MONICA MARATTA PER IL BLOG "LES FLEURS DU MAL".


Napoli sepolta nella guerra non aveva avuto un suo poeta né un suo reporter, perché per tutti era stato troppo difficile e sorprendente il sopravvivere all’arida tragedia di quegli anni per poterla subito fissare e prolungare in una memoria, in un diario.”
Nello Ajello, 1954.

E’ stupefacente come a molti anni dalla tragedia della seconda guerra mondiale, una giovane scrittrice napoletana, di ben altra generazione di quella che ha vissuto l’orripilante evento, sia riuscita con talento e maestria a dipingere in scene vive e toccanti lo spaccato di storia drammatica del capoluogo campano.
Il romanzo “Profumo d’Ottobre, d’amore e di guerra” scritto da Annalisa Caravante, non potrà lasciare indifferente il lettore. Racchiuso in esso c’è uno spaccato di storia preziosa da preservare, scritto non solo con la precisione di un saggio storico, ma con tutta la sensibilità che l’autrice possiede e che traspare pagina dopo pagina. Tra le righe di “Profumo d’Ottobre” si percepiscono, come un graffio sul cuore, una ferita profonda, le grida di dolore della povera gente, indifesa di fronte al dramma che ha dovuto subire impotente.
Per sua disgrazia Napoli fu un obiettivo strategico e importante durante l’evento bellico. Difatti la flotta militare navale non poteva essere accolta nei porti di Taranto e La Spezia che non avevano spazio sufficiente. Di conseguenza Napoli fu la prima città ad accogliere gli Anglo-americani nella loro risalita lungo la penisola. Bombardamenti incessanti che ridussero la “città del sole”, conosciuta per la scanzonata allegria degli abitanti, in un cimitero a cielo aperto.
“Era la notte fra il trenta Settembre e il primo Ottobre 1943, l’epilogo delle quattro giornate di Napoli, ma per le strade si continuava a morire; si moriva per la fame e per la lotta contro i nazi-fascisti. Uscivamo sfatti e insanguinati da un tragico mese d’assedio, dove noi napoletani, messi di fronte alla scelta tra il lavoro forzato in Germania e la morte, avevamo scelto la lotta. Avevo visto alternarsi sul campo giovani, anziani, bambini, donne, studenti, madri, figli: il popolo. Tutti uniti per liberare la città. Era iniziato per L’Italia quel lungo periodo che sarebbe passato alla storia col termine di Resistenza.”

Un’ opera che nulla a da invidiare a quelle bellissime e importanti del neo realismo italiano. A.Caravante ha toccato, ad uno ad uno, gli eventi minori che fanno la “piccola” storia e che in realtà sono i più preziosi per comprendere le verità, a volte nascoste. I suoi protagonisti curati con una perfezione quasi maniacale, durante la stesura dei diversi volumi che compongono il romanzo, a turno hanno vissuto sulla loro pelle le tragedie dello stupro, dell’aborto causato dalla malnutrizione, la cattura e l’incarcerazione disumana in prigioni ove era impossibile uscire vivi. Alcuni hanno trovato la morte facendo commuovere il lettore che riesce a entrare in empatia con i personaggi, poiché la loro caratterizzazione è perfetta. Sicuramente uno degli elementi che contribuisce a questo è l’uso di alcuni dialoghi in dialetto. Patrimonio grandioso di ogni regione italiana che, grazie alle tradizioni, si distingue l’una dall’altra per la propria esclusiva bellezza, come in una variopinta sfilata carnevalesca.

“-Lasciatancelle, già ve ne site pigliate abbastanza, sang’ ‘e chi ve stramuorto!- una donna buttò una granata sui soldati.
-Ma che vulite ‘a nuje?- si disperava un uomo anziano, con un’arma puntata alla tempia e le mani alla nuca.

Rispettando il genere del romanzo rosa di ambientazione storica, al suo interno viene narrata la storia sentimentale di Claudia De Santis, la protagonista di “Profumo d’Ottobre”. La giovane donna è combattuta, ha il cuore diviso a metà tra l’amore razionale, sicuro, protettivo, a rigor di logica l’unico da assecondare e quello viscerale, impulsivo e sbagliato. Eppure quest’ultimo non l’abbandona mai, logorandola con prepotenza nel corpo e nell’anima. Quale strada, dunque, intraprendere? Il lettore seguirà col fiato sospeso le peripezie amorose, voglioso di capire chi Claudia riuscirà ad amare una volta per tutte.
Romanzo ben riuscito per lo stile preciso, per il linguaggio accurato e scorrevole ma anche per il susseguirsi dei colpi di scena. Consigliato agli amanti del genere, soprattutto in cerca di emozioni struggenti, vere a volte dolorose e crudeli che, oltre a dare il piacere della lettura, sono in grado di far riflettere profondamente su ciò che è stato.

giovedì 6 luglio 2017

Nuova uscita: Non odiare il sole di Aurora Stella e Monica Maratta


Esce, finalmente, il primo romanzo frutto della collaborazione tra le autrici Aurora Stella e Monica Maratta. Genere Romantic suspense di ambientazione storica, pubblicato nel formato Ebook e disponibile in ku su Amazon.
Ecco a voi la trama:


Durante l’inverno del 1870,la giovane Brigida perde i genitori in una sanguinosa rivolta avvenuta nell’Irlanda del nord. Insieme allo zio e agli altri componenti della famiglia, fugge in America sotto la protezione del ricco e affascinante Ethan Mills, futuro marito di sua cugina Ailin. Durante i preparativi per il matrimonio Brigida viene rapita da un gruppo di banditi, in un agguato che sembra organizzato alla perfezione. Perché proprio lei? Si domanda la dolce Ailin, costretta a rimandare la cerimonia. Che sia finita in un losco giro di donne vendute come schiave o prostitute? Finché un giorno Ethan acquista un pellerossa catturato da brutti ceffi. Perché l’indiano porta con sé il ciondolo di Brigida? Cosa nasconde il tenebroso e affascinante Kohan?
 
Alcuni estratti:



«Sapevo che saresti tornata.»
Di nuovo quegli occhi profondi, indagatori, mi scrutano.
«Vorrei controllare la vostra ferita.»
Ne sono attratta ed è qualcosa che non ho mai provato per nessuno, nemmeno per Ethan Mills, nonostante sia un uomo affascinante.
Lo sguardo dell’indiano è diverso, possiede l’inquietudine e la passione di un uomo che ha la tempesta dentro.
Nel momento in cui mi accosto per toccargli il braccio, mi accorgo con molto imbarazzo di quanto mi tremino le mani.
                                                         ***
Le prendo la mano e la porto alle labbra. Per la prima volta in vita mia riesco a sentire il fuoco di cui mi parlava Kohan e scopro che il mio corpo vorrebbe molto più del contatto con la sua mano. Non mi basta guardarla o sfiorarle i capelli. Non so se avrò mai il coraggio di dichiararmi o se passerò la vita a rubare attimi come questo, imponendo al mio corpo di reprimere il desiderio.
Vorrei trovare le parole giuste, aprirle il mio cuore, ma sono pur sempre un selvaggio.
 
Conosciamo le autrici:




Aurora Stella è nata a Roma nel 1970, ha vissuto tutta l’infanzia e la giovinezza in un quartiere periferico di Roma: il Prenestino Labicano. Diplomata al Liceo scientifico “Tullio Levi Civita”, segue la sua passione per le scienze e si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche.
Ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della lettura e della scrittura, creando e distruggendo mondi interi, visitando pianeti, tornando indietro nel tempo o andando avanti nel futuro. Sperava di diventare un divulgatore scientifico come Piero Angela, ma ha dovuto abbandonare gli studi e dedicarsi al mestiere di mamma, tralasciando per un periodo la scrittura ma non la lettura e portando avanti la sua passione per la pittura e le arti decorative in generale. Si trasferisce nel Lazio nel 1992 e inizia ad adottare gatti e cani abbandonati. Oggi ha 22 gatti (numero variabile) e 4 cani.

Opere pubblicate:
Onirica
E vissero? Fiabe horror e dintorni
Furens lupus sum
Tiger indomabilis
Tra le mie ali
Due cuori a zonzo (per tacer dei gatti)

Prossime pubblicazioni:
Oblivion (cronache dell’al-di-fuori)
Il riflesso di Medea – storie di vendetta
Emef



Monica Maratta nasce a Roma nel 1975. Vive nella provincia  con la sua famiglia e gli adorati sette gatti. Svolge la professione di educatrice di asilo nido con passione e dedizione, ma è anche mamma di due bambini. Da sempre coltiva il suo amore per la storia, di cui legge numerosi saggi. Tra i libri che l’hanno fatta innamorare ci sono: “La ciociara” di A.Moravia, “La storia” di E.Morante e “Canale Mussolini” di A.Pennacchi.
Nel gennaio del 2017 esordisce con il romanzo rosa storico “Come fiori tra le macerie”, Capponi Editore. Tratto da una storia vera, narra la difficile vita della nonna paterna durante il ventennio fascista, nella zona del cassinate martoriata dai bombardamenti degli alleati.
Nel marzo del 2017 viene pubblicato il suo secondo lavoro, un romance storico dal titolo “Cuore indiano”, LFA publisher. Una sofferta storia d’amore tra un indiano e una giovane donna inglese. Lo scenario è quello della Virginia di fine Seicento, durante la ribellione di Bacon a Jamestown.
Sempre nel marzo del 2017 autopubblica una novella medievale “Incanto e disperazione, la leggenda di Ninfa” con Youcanprint. Il racconto è liberamente tratto da un’antica leggenda della cittadina di Ninfa, Lazio (Lt).
Dal mese di Aprile 2017 l’autrice collabora con il blog “Les fleurs du mal” in qualità di recensore di libri.